Consapevolezza, artigianato e sostenibilità: intervista a Mery Spilotro

Scritto da Elisa Romeo

26 Luglio 2021

Un tè nel Giardino – intervista a Mery Spilotro

Mery è un’artigiana che crea gioielli ecosostenibili e ‘pumi’ pugliesi, e il suo brand si chiama Verdepumo. Qui trovi il suo profilo Instagram e qui il suo shop.

Mery, ti definisci un’artigiana green: puoi spiegarci meglio di cosa si tratta?

Sono un’artigiana perché lavoro con le mani, e green perché recupero carta di scarto, la arrotolo e la intreccio, come si faceva un tempo con i panieri, i cesti dei nostri nonni, dei contadini.Loro lavoravano con quello che avevano a disposizione nelle immediate circostanze: magari utilizzavano le canne, dipendentemente da dove abitavano. Qui si usavano i polloni dei ciliegi e degli ulivi, che sono quei figliolini che nascono sui tronchi degli alberi, quei rametti lunghi e lisci che partono dalla base e tolgono linfa all’albero e per questo vengono potati, più o meno verso gennaio. Poi li raccoglievano in fascine e li lavoravano a tempo perso, quando in campagna non c’era niente da fare oppure la sera quando tornavano a casa.

Io lo faccio con la carta: raccolgo i volantini pubblicitari che troviamo nelle cassette della posta, li arrotolo come se fossero una fascina di legno e poi li intreccio nello stesso modo.

Sono partita dai panieri e dai cesti proprio come i nostri contadini, e poi sono passata ai gioielli ecosostenibili e ai ‘pumi’ che poi hanno dato il nome nuovo al mio brand. Ho voluto radicare sempre più il mio lavoro al territorio, la Puglia, in cui vivo. Verdepumo significa Puglia verde, Puglia sostenibile, Puglia che parla di speranza: un progetto ambizioso e lungimirante che spero prenda piede.

È davvero un progetto stupendo: prendere volantini di scarto e renderli arte è un’impresa davvero notevole.

Come entra la consapevolezza, la presenza di cui spesso parlo qui nel Giardino, nel tuo lavoro?

In realtà all’inizio non era un lavoro: è entrato nella mia vita proprio perché cercavo consapevolezza e presenza. Lavoravo in un ufficio con molte responsabilità, e in pausa pranzo ho cominciato ad intrecciare carta, perché avevo bisogno di ritrovare me stessa. Era una valvola di sfogo rispetto alle 8-10 ore passate dietro la scrivania.

All’inizio ero inconsapevole della consapevolezza che mi portava; lo chiamavo ‘il mio giardino zen’, perché piuttosto che occuparmi e preoccuparmi di praticare una disciplina olistica particolare mi mettevo ad intrecciare carta e la testa si svuotava completamente mentre le mani andavano…era semplicemente la pace, è la pace.

È una cosa che ritrovano poi le signore che prima della pandemia facevano i corsi in presenza con me: la maggior parte delle persone che hanno partecipato ha ritrovato questo senso di pace e di benessere in quelle due ore che passavamo insieme.

Quando ti approcci ad una pratica manuale che non hai mai sperimentato prima devi esserci per forza: non puoi avere le mani sulla carta e la testa che pensa ad altro, ma devi esserci totalmente e completamente, seguire le tue mani e quello che stai facendo.
Devi anche imparare a guardare in maniera diversa il volantino di cui parlavamo prima e accettare di poterlo trasformare.

Tra le sensazioni che sperimenti nel tuo lavoro ci sono proprio alcuni pilastri della mindfulness: ad esempio la meraviglia, cioè il guardare un oggetto come se fosse la prima volta, senza il giudizio. Nel tuo caso: il volantino è carta straccia, lo cataloghiamo così, e la prima cosa che ci viene spontaneo fare è gettarlo nel bidone della carta. Ma questo giudizio offusca la vista e non ci permette di cogliere le potenzialità inespresse di quel volantino, come invece fai tu.

Un altro pilastro è quello della mente del principiante, che propongo spesso di sperimentare con il gioco dei disabituatori ad esempio: provare a fare qualcosa di abituale come se fosse la prima volta, magari cambiando la mano con cui compi quel gesto. Questo perché se non sei abituato a farlo la mente dev’essere lì, non può innescare il pilota automatico. Quindi è un ottimo modo di sperimentare la consapevolezza e la presenza. Farlo poi imparando a creare un manufatto artigiano è fantastico.

Certamente, e secondo me aiuta anche ad accrescere l’autostima, perché magari al primo incontro non credi di poterci riuscire, e poi invece alla fine ti porti a casa la tua creazione. Mi piace pensare che si aprano gli occhi a possibilità nuove.

Questo scardina anche il giudizio che abbiamo su noi stesse, come dici tu.Hai parlato anche della sostenibilità, che è un tema che mi sta davvero a cuore: secondo te per essere sostenibili occorre essere consapevoli?

Ormai non si può essere sostenibili senza consapevolezza: siamo quasi ad un punto di non ritorno. Quest’anno l’overshoot day per l’Italia è caduto il 13 maggio mentre per la Terra sarà il 29 luglio, e questo solo grazie ai paesi in via di sviluppo che chiaramente non impattano come noi. L’overshoot day è il giorno in cui esauriamo le risorse naturali che avremmo dovuto consumare nel corso dell’anno, quindi con moltissimi mesi di anticipo. Inoltre nel 2050 si è stimato che ci saranno nei mari più plastiche che pesci.

È una presa di coscienza importante: quando si comincia ad aprire gli occhi su un aspetto non si riescono ad ignorare gli altri. Non c’è più tempo per rimandare, è ora di guardare alle cose in un modo nuovo.
Cercare di superare le vecchie abitudini, soprattutto quelle disfunzionali per noi e per il pianeta, e per farlo basta porsi una semplice domanda: perché faccio questa cosa? Ne ho parlato in questa puntata del podcast.

Mery, come è stato per te prendere consapevolezza e come possiamo farlo secondo te?

Il mio è stato un processo graduale. Ora ho 46 anni, ma quando ne avevo 15 provavo già un fastidio viscerale per lo spreco dell’acqua potabile. Ancora oggi ci sono zone dell’Italia in cui l’acqua è razionata, e in alcuni momenti non arriva per niente.
Abbiamo l’abitudine di aprire il rubinetto e lasciarlo aperto come se i bacini idrici fossero inesauribili, ma non è così.

L’acqua non è inesauribile, e il ciclo dell’acqua è inficiato dai nostri consumi acritici, dagli allevamenti intensivi…ecco, la prima presa di coscienza per me è stata questa.

Poi è arrivata la consapevolezza etica nei confronti degli animali, scoprendo poi casualmente che agiva anche sui consumi dell’acqua, e poi è arrivata la plastica.
Prima la carta, a dire il vero, perché non sopportavo l’idea che gli alberi – che considero esseri viventi – dovessero essere tagliati a nostro uso e consumo per un volantino che dura una settimana o altro sciocchezze di questo tipo.
E così è arrivato il mio brand Verdepumo.

E poi la plastica, perché c’è stato un periodo in cui sceglievo packaging in plastica piuttosto che in carta per salvaguardare la vita degli alberi, con l’idea che tanto la plastica viene riciclata. Poi ho scoperto che solo il 70% della plastica, quando va bene, viene in realtà riciclata, e può essere fatto solo per un tot di volte.
E che la maggior parte della plastica nei mari proviene dalle nostre discariche.

Solo che non vediamo queste cose, perché magari la nostra raccolta differenziata funziona bene, almeno così ci pare perché non controlliamo mai tutta la filiera, mentre la carta trovata per terra in strada ci sembra un problema più grande.

Aprire gli occhi su queste tematiche non è sempre facile, ma un passo alla volta è qualcosa che va affrontato.

E quindi la consapevolezza di cui tu parlavi, che è legata anche alla mindfulness, al supermercato può fare la differenza.

Fortunatamente non siamo più ai tempi in cui i prodotti sostenibili erano di nicchia e avevano prezzi molto elevati, oggi sono molto più accessibili e anche di ottima qualità.
C’è bisogno di un po’ più di consapevolezza e presenza tra le file del supermercato.

Recentemente ho pubblicato delle storie sulla scelta del fornitore elettrico sostenibile, ad esempio, e lì basta davvero poco, per fare molto.

Senza paura di dover rinunciare alle cose, perché spesso si pensa che green voglia dire rinuncia ma non è così: vuol dire semplicemente scelta differente.

 

Puoi raccontarci come hai deciso di diventare vegan?

Ho letto un articolo che parlava di allevamenti intensivi, si chiamava ‘Il lager degli allevamenti’, e sono entrata nel mondo in cui tengono gli animali prima della macellazione.

Gli animali sono esseri senzienti: sanno che stanno andando a morire, sentono l’odore del sangue, hanno legami tra di loro, e l’ineluttabilità della morte li atterrisce. Se io mi metto nei loro panni – e ho i brividi mentre te lo dico – non riesco a fare diversamente da quello che faccio.

Prima ho smesso di mangiare la carne e il pesce ho continuato a mangiarlo per anni, perché la mia sensibilità non era la stessa: per me l’animale era quello con le quattro zampe. Intanto cercavo sempre prodotti cruelty free, che anni fa era molto più difficile che adesso.

E via via la sensibilità si è affinata nel tempo, fino a che ad un certo punto mi sono detta: senti un po’, ma perché i poveri pesci invece sì? E allora pensi a come muoiono i pesci: nei film la pesca sembra sempre lo sport rilassante per eccellenza, ma guarda i pesci, la fine che fanno. Continuano a dimenarsi perché non riescono più a respirare, ed è un’agonia. Basta, per me non è più possibile.

Certo, una volta che entri a contatto con quella sofferenza è difficile tornare indietro. Chiaramente ognuno ha il suo percorso, i suoi tempi e via dicendo, ma credo sia importante prendersi la responsabilità di guardare quello che realmente succede, e le conseguenze delle nostre azioni.
Se guardiamo queste azioni come se fosse la prima volta, con mente aperta, allora riusciamo a scardinare le abitudini culturali con cui siamo cresciuti, e scegliere liberamente e consapevolmente cosa è meglio per noi e per l’ambiente.

Per salutarci, hai un progetto del cuore che vuoi condividere con noi?

Certamente! Dato che io intreccio carta, mi piacerebbe arrivare ad un punto in cui la mia attività sia a rifiuti zero. Per fare gli orecchini che indossi, ad esempio, produco degli scarti, e quegli scarti li metto nella differenziata. Non mi basta più.
Quindi mi piacerebbe trasformare quegli scarti in fogli di carta riciclata, perché diventino bigliettini o anche il packaging delle mie creazioni.
Questo è il sogno a cui spero di arrivare presto.

È un bellissimo sogno che ti auguro di realizzare al più presto!

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