Yoga e Mindfulness: intervista a Giulia Panzeri

Scritto da Elisa Romeo

13 Settembre 2021

Un tè nel Giardino con Giulia Panzeri

Giulia è nata e cresciuta a Lugano, e ha studiato antropologia culturale. Poi ha incontrato lo Yoga che è subito diventato un preziosissimo alleato per lei. Ora è insegnante di Yoga.

Quali benefici ti ha portato la pratica yoga?

Oggi riesco a riconoscerli col senno di poi; allora l’unica cosa di cui mi accorgevo era che uscivo dalla lezione di yoga molto più leggera.
Mi permetteva di riconnettermi col mio corpo e di non percepirlo più come qualcosa di staccato da me che io dovevo gestire, che doveva seguire un determinato canone estetico. Quando facevo yoga ero meravigliata di quello che riuscivo a fare con il mio corpo: quindi la questione non era più legata all’apparenza del corpo ma quello che poteva fare.
Questo mi ha permesso di sviluppare un senso di empatia e compassione nei confronti di me stessa che prima mancava.

Interessante, perché il mondo dello yoga visto da fuori, ad esempio dai social, sembra portarci a raggiungere le posizioni come obiettivo, magari sforzando il proprio corpo fino a che non riesce a raggiungerla.
Invece tu parli di amorevole gentilezza nei confronti del proprio corpo. Qual è la tua esperienza?

Ci sono tanti approcci diversi allo yoga quanti insegnanti.
Per me uno yoga performativo alla fine non è yoga, ma è cercare di raggiungere un obiettivo, come tutto quello che si fa in questa vita. Quello che ci manca invece è l’accettazione, il sentire che andiamo bene così come siamo, ed è questo che cerco di far passare ai miei allievi.
Il fatto di non riuscire ad entrare in una posizione non determina il nostro valore come persona.
Però è vero che quando ci si approccia allo yoga sui social quello che si vede è proprio il lato più performativo, più strabiliante, acrobatico, le posizioni sono portate all’estremo, perché sono le cose belle a livello estetico.
Un mio maestro diceva che non si può fotografare la compassione, ed è così.
Spesso alcuni insegnanti mostravano foto del prima e del dopo, per mostrare i miglioramenti nelle posizioni, ma poi hanno capito che questo messaggio alla fine è privo di compassione, e ora mostrano le foto al contrario: il prima è quando si sforzavano di portare all’estremo la posizione, e il dopo diventa la posizione molto più misurata, più amichevole nei confronti del proprio corpo.
Anche perché altrimenti le persone si scoraggiano perché non si sentono così flessibili come vedono nelle foto. La maggiore flessibilità è una conseguenza della pratica, non bisogna essere flessibili per fare yoga. Poi non si arriverà a far tutto: a livello anatomico alcune posizioni non è proprio possibile farle per tutti, perché ogni corpo è diverso. Io so che ci sono posizioni che non arriverò mai a fare e sono completamente tranquilla al pensiero di questa cosa.

Quindi, più che il risultato, conta il processo. Stare nel cammino, ascoltandosi durante.
Solo che è una cosa che come dici tu non si può fotografare.
Oltre che diversi approcci, ci sono anche diversi stili.
Come può la scelta di uno stile aiutarci nell’iniziare la pratica?
Ci sono stili più adatti a determinate tipologie di persone?

Io insegno e pratico lo stile Vinyasa, che viene chiamato Flow ed è molto dinamico, in cui ci si muove al ritmo del respiro ed è come una meditazione in movimento: la mente è completamente assorta nel muovere il corpo e nel respirare; e poi lo stile Yin che è un po’ il polo opposto, essendo una pratica molto passiva, statica, in cui si cerca di rilassare completamente il proprio corpo.
In questa pratica si agisce sui tessuti connettivi e fasciali, e si tengono le posizioni – che sono principalmente a terra, perché stare in piedi senza attivare i muscoli è davvero difficle – dai tre ai cinque minuti.
Questo perché, al contrario dei muscoli, questo tipo di tessuti ha bisogno di uno stress meno intenso ma più lungo nel tempo. È un tipo di yoga basato sui meridiani della medicina tradizionale cinese.
Per me bisognerebbe che tutti lo praticassero, perché nella nostra società viviamo molto nella dimensione yang: siamo sempre in azione, sempre nel fare, non ci piace il buoi, accendiamo la luce… c’è proprio il rigetto per questa dimensione più calma, più passiva, che è la dimensione dell’essere alla fine.
Spesso pensiamo: ‘io sono perché faccio’, quando in realtà io sono perché sono, punto. Lo Yin ci obbliga a fermarci.
Vi assicuro che stare fermi in una posizione per cinque minuti è una bella sfida, perché siamo abituati a muoverci sempre, a colmare ogni vuoto: quando aspettiamo l’autobus tiriamo fuori il telefono, cerchiamo sempre di fare qualcosa, anche nei tempi morti. Invece più abbiamo questa tendenza e più ne abbiamo bisogno. Poi è uno stile di yoga ottimo quando abbiamo il ciclo, per rigenerarci.
Inoltre ci aiuta a distaccarci dalla mente per realizzare che noi non siamo i nostri pensieri, in un’ottica mindfulness.
Nello stile Vinyasa abbiamo la mente occupata dal corpo, nello Yin non lo è più perché non lo muoviamo e quindi la mente è lì che si dice: adesso cosa faccio? e invece che lasciarla andare dove vuole a fare i suoi giri la facciamo tornare alla presenza.
Poi insegno anche Yoga in gravidanza.

Davvero interessante, perché partendo dalla domanda sulla persona più adatta ad uno stile, assecondando così le proprie abitudini, siamo arrivati all’importanza invece di riequilibrare due poli complementari, e quindi alla necessità di fare all’inizio questo sforzo per andare verso il polo che ci è più distante per abitudine.
Parlavi delle persone iperattive che hanno tratto grandi benefici dalla pratica Yin, ad esempio.
Certo ci va pazienza nel coltivarlo, questo stato, non è una cosa che si imparar una volta per tutte, così come la pratica mindfulness.

Assolutamente. Quando le persone mi chiedono quale stile devono fare, io rispondo sempre di provarli entrambi, e poi vedere come si sta.
Certo, se passi ore seduta in ufficio e non fai mai attività fisica è chiaro che sei attratta dal Flow, per muovere il corpo. Invece chi ha già uno sport fisico spesso ha bisogno di altro, di imparare a staccare la mente, e allora preferiscono lo Yin.
Si può anche scegliere di settimana in settimana la pratica più giusta per noi, perché dev’essere funzionale, altrimenti non ha senso.

Poi penso che, per quanto riguarda le donne, durante il ciclo mestruale attraversiamo momenti diversi che hanno bisogno di pratiche diverse. Credo che sia proprio un bisogno adattare la pratica ai diversi momenti, con flessibilità.
Certo, ascoltare ciò di cui abbiamo bisogno non è sempre facile, specialmente se non si è abituati a farlo.
Magari pensiamo di dover fare certe cose ma se ci fermassimo davvero ad ascoltare il nostro corpo scopriremmo che magari ha bisogno di tutt’altro.

Sì, e lì già cominci a fare yoga prima della lezione, nel momento in cui ti ascolti e ti osservi. A volte dico che lo yoga ancor prima di essere una pratica di movimento è una pratica di osservazione, di ascolto.
Quindi nel momento in cui entri nel tuo corpo, ti connetti con i tuoi bisogni, riesci a capire da un lato quale tipo di pratica fa per te in quel momento e dall’altro stai già praticando.

Esatto. Questo si collega a quello che dicevi riguardo alla mindfulness: è vero che lo yoga è la lezione ma in realtà parlando di osservazione, ascolto, compassione, è una pratica che ci può accompagnare tutto il giorno.
Lo yoga dunque si limita al tappetino o no? E come possiamo integrarla alle diverse attività durante il giorno?

Lo yoga che si fa sul tappetino è quello più facile. È quando si cerca di portarlo nel resto della vita che cominciano le sfide.
In quel momento riuscire a riconnettersi col proprio corpo, respirare in modo funzionale e quindi calmarsi ci fa evitare di reagire per poter agire, rispondere alla situazione in modo più consapevole.
Le situazioni stressanti sono un’ottima occasione per praticare. Sviluppare la compassione nei nostri confronti anche in quelle occasioni è un viaggio, un percorso, fatto di passi in avanti e passi indietro.
Un altro aspetto da considerare è la non violenza: così come sul tappetino facciamo solo quello che il corpo ci permette di fare, nella vita dovremmo concepire ogni essere vivente come qualcosa che ha diritto di essere, indipendentemente dall’uso o dal vantaggio che ne trarremmo noi.
Su questo io e te la pensiamo allo stesso modo, perché so che anche tu sei vegana; per me senza questa compassione lo yoga non è concepibile, però mi rendo conto che questa è una mia visione.

Sottoscrivo in pieno, è una palestra: così come sul tappetino non c’è l’obiettivo della posizione perfetta, così credo che anche fuori dal tappetino, a meno che non siamo Buddha, non esista una persona centrata perfettamente 24 ore al giorno.
Però questo non ci deve scoraggiare dalla pratica. Credo che yoga e mindfulness siano strettamente correlati, perché è un modo di stare dentro il corpo e collegarci con esso in maniera molto profonda.
Ci parli per finire del tuo progetto del cuore?

Il covid ci ha spinti a buttarci nel mondo online; io già insegnavo online, poi però mi sono resa conto che gli allievi avevano bisogno di praticare quando volevano loro, e con pratiche più corte di un’ora.
Quindi ho creato la mia pagina su Patreon, Yoging Giulia, dove ci sono varie pratiche di diverse lunghezze, e si possono scegliere diverse forme di abbonamento. È un progetto che mi sta molto a cuore, che avevo sempre rimandato e che ora sono felice di avere realizzato. 

 

Ti potrebbero anche interessare…

0 Commenti

Hai domande o commenti? Scrivimi qui sotto!

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Pin It on Pinterest

Share This